ORA ARRIVA IL GROUNDEDNESS MARKETING

Ora arriva il “Groundedness Marketing”, una strategia o, se preferite, una nuova forma di marketing che punta su prodotti che dimostrino un’essenza di artigianalità, produzioni locali o tradizionali realizzate da persone reali o che richiamino ricordi del passato.

Questo è quanto emerge da un sondaggio pubblicato su Harward Business Review e condotto su un gruppo rappresentativo di consumatori statunitensi, secondo la quale una quota sempre maggiore di questi dimostra un interesse crescente verso prodotti che richiamino i loro luoghi o le persone, o che abbiano espliciti riferimenti alle identità ed esperienze del passato.

Tale tendenza sembra particolarmente presente nel settore alimentare, manifestandosi con piccoli mercati agricoli in crescita, aumento della domanda di prodotti da forno artigianali, ritorno ai marchi di generi alimentari tradizionali.

L’aspetto è tanto più sorprendente e contraddittorio se si considera che più la digitalizzazione e la globalizzazione permeano le nostre vite, rendendole sempre più virtuali, veloci e mobili, tanto più i consumatori manifestano il desiderio di ritrovare i loro ancoraggi emotivi legati alle tradizioni e al passato.

Un esempio di posizionamento di successo proviene dalla catena austriaca Billa che ha puntato a radicare il suo marchio alle identità locali del territorio.

Il Groundedness marketing sembra rappresentare dunque una strategia alternativa interessante in un trend che sembra lasciare spazio solo all’inarrestabile crescita delle vendite online.

(fonte Harvard Business Review – Why-we-buy-products-connected-to-place-people-and-past)

TROPPE RIUNIONI? LA PSICOLOGIA SCONSIGLIA

Troppe riunioni in azienda sono dannose? Sembrerebbe di sì secondo un sondaggio effettuato negli Stati Uniti dove emerge che i manager riterrebbero l’83% delle riunioni aziendali svolte come improduttive e dannose per la produttività.

Secondo gli psicologi comportamentali, esistono alcune insidie psicologiche che ci portano a far proliferare riunioni, meeting e video conferenze oltre il limite.   In estrema sintesi alcune delle motivazioni riconducono a:

  • “Paura” di perdere l’occasione;
  • Urgenza egoistica;
  • Dispositivi per garantire l’impegno delle persone;
  • Effetto di “mera urgenza”;
  • Paura di “incontrare l’amnesia” degli incontri precedenti;
  • Ignoranza pluralistica di condividere il proprio stato d’animo.

Punti veramente interessanti che meritano di essere ponderati e approfonditi.

(https://hbr.org/2021/11/the-psychology-behind-meeting-overload)

Fonte: Harward Business Review

 

 

ARRIVA AMAZON BUSINESS

Arriva Amazon Business per il B2B; questa piattaforma, dedicata alle transazioni tra operatori commerciali, anche grazie agli sconvolgimenti dovuti alla pandemia, sta conquistando rilevanti quote di mercato nel commercio online, sconvolgendo molti dei tradizionali canoni di marketing relazionale in uso nel B2B. Oltreoceano sembra che già il 49% degli acquirenti di prodotti B2B affermi di cercare online articoli di proprio interesse su Amazon Business (fonte Wunderman Thompson Commerce). La domanda è se la stragrande maggioranza delle PMI e delle micro imprese operanti nel B2B, afflitte spesso da una cronica noncuranza e/o diffidenza verso il marketing digitale, sapranno comprendere la straordinaria portata di questa tendenza, un cambiamento che incide profondamente nei consolidati rapporti di fidelizzazione basati su relazioni interpersonali, e mette in discussione quote rilevanti delle proprie vendite.

(https://www.wundermanthompson.com/expertise/commerce/amazon-marketplace-services)

COME FARE LOCAL MARKETING NELLE PMI

COME FARE LOCAL MARKETING NELLE PMI

Nonostante la globalizzazione, per molte PMI la capacità di fare local marketing è un passo fondamentale per crescere.  Ma non tutte sanno sfruttare gli strumenti gratuiti messi a disposizione da Google

É profondamente cambiato il modo in cui il consumatore ricerca informazioni e prende decisioni d’acquisto.

Con un minimo di introspettività, sappiamo che quando cerchiamo informazioni su prodotti, servizi, negozi, consultiamo lo smartphone (o il computer) utilizzando i motori di ricerca più noti come Google che intercetta circa il 90% del traffico.

Si pensi che solamente su Google ogni giorno vengono effettuate oltre 3,5 miliardi di ricerche (Fonte InternetLiveStats), e che circa il 50% di esse è di tipo local ovvero finalizzata alla ricerca di prodotti e servizi nel proprio comune o nelle immediate vicinanze.

Il punto chiave diventa quindi farsi trovare dalle persone giuste al momento giusto, quello della ricerca.

Ed è altrettanto vero che molte PMI, soprattutto quelle nell’ambito dei servizi o che operano al dettaglio, sviluppano buona parte del proprio business su un territorio circoscritto.

Per questo Google mette a disposizione gratuitamente uno strumento potente e molto efficace per attuare strategie di local marketing, che si chiama Google My Business (GMB).

Con questo strumento si può portare la scheda della propria attività nella prima pagina dei risultati di ricerca, la posizione agognata da tanti, in modo relativamente semplice e senza spendere una fortuna in campagne Adwords a condizione di gestire l’account con accuratezza.

Non è una magia, è tutto vero, basta comprendere la filosofia di funzionamento dell’algoritmo di Google.

Quest’ultimo infatti tende ad attribuire molta rilevanza all’ottimizzazione delle ricerche localizzate, ed in sintesi attribuisce forte rilevanza a questi tre criteri per mostrare la scheda di un’attività nel “local pack”:

  • Pertinenza dell’attività rispetto alla ricerca fatta da un navigatore;
  • Distanza dell’attività dalla localizzazione in cui è effettuata la ricerca;
  • Evidenza, ovvero autorevolezza e tenore delle recensioni dell’attività.

L’obiettivo di Google, non è ovviamente la generosità, quanto invece quello di rendere l’esperienza di navigazione dell’utente la migliore possibile; per questa ragione tenderà a “consigliare” quelle imprese che per accuratezza, completezza delle informazioni, foto, recensioni positive, possano sembrare più affidabili come risposta alla ricerca ricevuta.

Il “local pack” di Google, come si vede nelle immagini, si posizionerà immediatamente sotto gli annunci a pagamento (se presenti) e prima dei risultati “organici”.

Il Local Pack è importante perché ci mostra i risultati direttamente in Google Maps, con le informazioni più importanti e la possibilità di chiamare l’attività con un semplice click sulla cornetta.

Immaginate quindi l’efficacia di questo local pack per facilitare il contatto o la visita al punto vendita segnalato con l’uso corrente dello smartphone.

Le informazioni richieste per completare la propria scheda attività vanno dalle anagrafiche, indirizzo e telefono, descrizione dell’attività e orari, area di copertura del servizio e caratteristiche particolari, persino dei box descrizione dei prodotti o dei servizi offerti e relative immagini.

C’è persino la funzionalità Google post, inserita di recente, che permette di raccontare ancora meglio l’azienda e la sua attività.

Che questo strumento sia sottovalutato lo testimonia il fatto che almeno il 40% delle aziende locali non ha “rivendicato” (ufficializzato) la propria attività su GMB, oppure in tanti altri casi lo ha fatto in modo molto parziale e incompleto non riuscendo in tal modo a trarne beneficio.

Completamento e gestione dell’account GMB possono essere fatti persino direttamente, oppure facendosi assistere da uno specialista, ma è un lavoro relativamente rapido che non dovrebbe richiedere grossi investimenti e il cui rapporto costo/beneficio è senza dubbio favorevole.

Inoltre c’è una grande opportunità costituita dall’ultima “release” di Google lanciata in Italia in ottobre di quest’anno.

Infatti ad un account ben strutturato di Google My Business, si può abbinare la  piattaforma Google Merchant Center , altro tool gratuito di Google, vetrina dove esporre tutti i propri prodotti, che diventa di fatto la via più speditiva ed economica per iniziare a fare attività di e-commerce.

Tornerò sull’argomento in modo più dettagliato sul prossimo articolo.

FORMAZIONE E PMI

FORMAZIONE E PMI

Una breve analisi su un metodo che consente di elaborare progetti di formazione specifici per reti di imprese per mezzo di una matrice a tre dimensioni, che può costituire una interessante opportunità per le PMI aderenti alle reti

La complessità del momento e le difficoltà economiche attuali, impongono la revisione dei modelli organizzativi specialmente nell’ambito delle PMI.

Assume notevole rilevanza anche la preparazione del personale impiegato o da reperire, per cui la formazione, spesso trascurata, è un fattore di successo da non sottovalutare.

Le PMI in tal senso scontano maggiori difficoltà rispetto alle imprese più grandi perché non hanno la forza di strutturare progetti formativi proprietari, per cui devono affidarsi a ciò che il mercato della formazione offre.

La possibilità di creare reti di imprese permette alle PMI di trovare soluzioni al problema, con l’opportunità di realizzare progetti formativi dotati di standard adeguati a soddisfare le esigenze delle imprese aderenti, con notevoli risparmi sui costi e con la possibilità di accedere con più facilità ai canali della formazione finanziata.

Adottando un metodo progettuale per “cluster” si riesce più agevolmente a trovare una risposta alla domanda di specificità di cui ha bisogno ogni impresa per la formazione delle proprie risorse umane.

Parlerò di un metodo da me utilizzato con ottimi risultati in organizzazioni complesse, molto diverse tra loro anche per cultura, che condividevano soltanto settore di attività e obiettivi comuni di missione.

Con tale metodo progettuale, le numerose attività formative, molto frammentate da paese a paese, hanno trovato un comune denominatore e uno standard da seguire.

Utilizzando una matrice a tre dimensioni, come si vede in figura, si possono collocare su ogni asse i fattori fondamentali di un qualsiasi progetto formativo.

Ogni dimensione consta di una serie di “cluster” che rappresentano gli elementi fondanti a cui un’attività formativa deve dare risposta:

  • Personale partecipante: a partire dalla leadership e dal management passando per i dipendenti nei vari ruoli, fino agli  aspiranti all’impiego che, auspicio di tutte le imprese, si vorrebbero già pronti. Pur nella diversità di ogni impresa, alcuni ruoli svolgono funzioni ed hanno attribuzioni simili, specialmente tra aziende dello stesso settore; pensiamo ad esempio ad un responsabile amministrativo, a un responsabile marketing o a un funzionario commerciale.
  • Job requirement: le abilità, capacità e competenze necessarie ad assolvere una certa funzione. Ad esempio, l’uso di metodi di auditing e di controllo piuttosto che l’utilizzo di strumenti per il web marketing sono competenze necessarie in certe funzioni assai comuni in molte imprese, fatte salve le particolarizzazioni eventuali.
  • Cluster knowledge: i “gruppi” di conoscenze e cognizioni necessarie per consentire di assolvere con efficacia a determinate funzioni; ad esempio sono dei “cluster” norme e regole di contabilità, la pianificazione strategica, il digital marketing, i social media, etc. Questi “cluster” di conoscenze sono forniti da un insieme di aspetti teorici e di applicazioni pratiche, e devono consentire al personale di applicarsi speditivamente e con efficacia alle proprie funzioni, accorciando i tempi di acquisizione del “know-how” personale, generando più rapidamente economie di scala e, fatto non secondario, relazionarsi efficacemente con gli altri attori coinvolti nel processo.

Naturalmente i cluster delle tre dimensioni variano in base alle imprese partecipanti ad una rete, richiedono un’attenta analisi e non sono standardizzabili in “copia e incolla”. 

Questo lavoro di analisi e scomposizione delle abilità lavorative e delle conoscenze necessarie è propedeutico alla progettazione delle attività formative.

Una volta definiti i vari cluster di conoscenze, questi potranno essere combinati con un sistema modulare per diventare corsi che rispondano all’esigenza di indicare dei destinatari, degli obiettivi formativi, e degli argomenti da trattare.

Questo metodo di progettazione possiede diverse proprietà:

  • Modularità:  la definizione di cluster che formeranno i vari corsi e la determinazione iniziale delle competenze necessarie alle varie funzioni, facilitano la creazione di più corsi di minor durata da seguire con maggior facilità e con una logica di progressività da parte del personale partecipante.
  • flessibilità: la struttura della formazione per moduli consente di creare varianti che possano attagliarsi meglio alle esigenze di alcune imprese, conservando al contempo l’architettura complessiva del progetto.
  • Facilità di aggiornamento: la struttura modulare consente di intervenire facilmente su quei moduli che debbano essere aggiornati o modificati, ovvero che non risultino adeguati per efficacia o per i trainer,  mantenendo inalterata la struttura complessiva.
  • Risparmi nei costi di progettazione e svolgimento: standardizzazione e modularità consentono risparmi nella progettazione, organizzazione e svolgimento delle attività e facilitano la possibilità di accedere alla formazione finanziata con la presentazione di progetti ad ampio respiro.
  • Condivisione di conoscenze: all’interno di un’impresa si rende più semplice la condivisione di quelle conoscenze comuni che possano diminuire le conflittualità interne tra le varie funzioni a tutto beneficio dell’efficienza.

Un metodo non semplice, ma fortemente consigliato ad una rete di PMI che vogliano puntare sulla formazione come fattore critico di successo, realizzando un progetto ad ampio respiro in grado di funzionare con una logica e una visione pluriennale.